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Passione improvvisa nella foresta
04.03.2026 |
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"Ero ancora sensibile, gonfia, quasi dolorante di piacere precedente, eppure quando le sue dita mi sfiorarono di nuovo lì mi inarcai come se non avessi mai smesso di desiderarla..."
CONTESTO:Questo è un estratto da un mio racconto fantasy. In questa scena la protagonista del racconto e la sua nemica hanno fatto allenaza per poter fuggire, e poi combattere, una minaccia superiore. Durante la fuga hanno un momento di passione.
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La luna era un velo argentato che filtrava tra le foglie, troppo debole per scaldarmi ma abbastanza per farmi vedere ogni linea dura del suo viso. Il cuore mi martellava ancora nelle orecchie dalla corsa, dalle urla lontane, dal terrore di essere prese. Eppure adesso, nascosta tra felci umide e muschio soffice, il terrore si era trasformato in qualcos’altro: un fuoco che mi divorava dall’interno, un bisogno che mi spaventava quasi quanto i cacciatori alle nostre spalle.
Eyrith era appoggiata alla quercia come se fosse il timone della sua nave, il mantello buttato via, la camicia aperta quel tanto da mostrarmi la curva piena dei seni che si alzavano e abbassavano rapidi. I capelli neri le cadevano sul viso in ciocche selvagge, umide di sudore, e i suoi occhi – quegli occhi di tempesta – mi inchiodavano senza pietà. Mi guardava come se sapesse già tutto quello che stavo cercando di nascondere a me stessa.
Tremavo. Non solo per il freddo che mi mordeva la pelle attraverso la tunica sottile. Tremavo perché la volevo.
Io, che arrossivo solo a sfiorarle la mano sul ponte, che abbassavo lo sguardo quando mi dava un ordine brusco… io la volevo con una fame che mi faceva quasi male.
Feci un passo. Poi un altro. Le gambe sembravano di piombo e seta allo stesso tempo. Quando fui abbastanza vicina da sentire il suo calore, il suo odore di sale, cuoio e qualcosa di più oscuro, più animale, mi fermai. Le nostre punte dei piedi quasi si toccavano.
«Dovremmo riposare» sussurrai, ma la mia voce uscì rotta, implorante, traditrice.
Il suo sorriso fu una lama curva.
«Non è riposo quello che vuoi, piccola volpe.»
Non ebbi il tempo di negare. La sua mano si chiuse intorno al mio polso – ferma, calda, sicura – e mi tirò contro di lei. Il mio petto sbatté piano contro il suo, i nostri respiri si mescolarono. Poi le sue labbra furono sulle mie. Prima un contatto incerto, come se anche lei stesse testando il confine. Poi più profondo. La sua lingua trovò la mia e io mi arresi subito, un gemito mi sfuggì mentre le mie mani salivano tremanti a stringerle le spalle.
Mi baciava come se volesse conquistarmi, come se ogni passaggio della lingua fosse un ordine che non potevo disobbedire. Le sue mani scivolarono sotto la mia tunica, i palmi ruvidi contro la mia schiena nuda. Tracciai un brivido lungo la spina dorsale, poi scesero sui fianchi, stringendomi con una forza che mi fece quasi cedere le ginocchia.
Cademmo insieme sulle felci. Lei sopra di me, il suo peso meraviglioso, rassicurante e spaventoso allo stesso tempo. Mi sfilò la tunica con gesti decisi, scoprendo la mia pelle al chiaro di luna. Sentii i suoi occhi percorrermi – i seni piccoli, le lentiggini sparse, il ventre che si contraeva per l’anticipazione. Quando si chinò e prese un capezzolo tra le labbra, io inarcai la schiena con un suono che non riconobbi come mio. Caldo, umido, la sua lingua che girava lenta… ogni succhiata mi mandava scariche di piacere dritte tra le cosce.
«Dimmi di fermarmi» mormorò contro la mia pelle, la voce bassa e graffiata.
Scossi la testa, disperata. «Non… non fermarti. Ti prego.»
Le sue dita scesero allora, slacciando i lacci dei miei pantaloni con una sicurezza che mi fece arrossire ancora di più. Quando mi sfiorò lì, dove ero già bagnata in modo imbarazzante, trattenni il fiato. Mi accarezzò piano, girando intorno al clitoride senza toccarlo direttamente, facendomi tremare e inarcarmi in cerca di sollievo. Poi entrò dentro di me – due dita, lente, profonde – e io mi morsi il labbro fino a sentire il sapore del sangue per non gridare.
Si muoveva con un ritmo che sembrava conoscermi da sempre. Il pollice premeva cerchi perfetti proprio lì, mentre le sue dita si piegavano dentro di me, trovando quel punto che mi faceva vedere scintille dietro le palpebre. Ero un disastro di gemiti soffocati, le anche che si alzavano da sole per andarle incontro.
«Toccami» mi ordinò all’improvviso, guidando la mia mano tremante sotto la sua cintura.
Esitai solo un istante. Poi la sentii: calda, bagnata, scivolosa di desiderio. Le mie dita impararono in fretta, accarezzandola come lei stava facendo con me, cercando di darle lo stesso piacere che mi stava dando. Quando trovai il suo clitoride e lo sfregai piano, lei emise un ringhio basso contro il mio collo e spinse più forte dentro di me.
Eravamo un groviglio di mani, di respiri, di corpi che si cercavano senza ritegno. I nostri seni si sfregavano a ogni spinta, i capezzoli duri uno contro l’altro. Le sue anche spingevano contro la mia mano mentre le mie si alzavano contro la sua. Il piacere saliva veloce, troppo veloce, una marea che non potevo fermare.
Venni per prima.
Il mondo si restrinse a quel punto tra le mie gambe, al modo in cui le sue dita mi riempivano, al pollice che non smetteva di girare. Mi irrigidii tutta, un grido strozzato mi sfuggì mentre l’orgasmo mi attraversava come un’onda violenta, facendomi contrarre intorno a lei in spasmi interminabili.
Quasi nello stesso istante la sentii tremare. Affondò il viso nel mio collo, i denti che mi mordicchiavano la pelle mentre il suo corpo si tendeva, le anche che spingevano contro la mia mano in un ultimo, disperato movimento. Il suo gemito fu profondo, roco, animalesco, e mi vibrò contro la gola mentre veniva, stringendomi forte come se non volesse lasciarmi mai più.
Il respiro ci aveva appena abbandonato, ancora tremanti e intrecciate, quando sentii le sue labbra sfiorarmi di nuovo il collo. Non era un bacio casto, non era un arrivederci. Era fame residua, un morso leggero seguito da una lingua che tracciava la linea della mia clavicola, come se volesse marchiarmi ancora una volta prima che la notte finisse.
«Ancora» sussurrò Eyrith contro la mia pelle, la voce bassa e ruvida, quasi un ordine mascherato da supplica.
Non ebbi la forza di rispondere a parole. Le mie mani le risalirono lungo i fianchi, afferrandole i seni con una timidezza che ormai era solo finzione. Li accarezzai, li strinsi piano, sentendo i capezzoli indurirsi di nuovo sotto i polpastrelli. Lei emise un suono gutturale, si chinò e mi prese la bocca in un bacio feroce, mentre una delle sue mani tornava tra le mie cosce.
Ero ancora sensibile, gonfia, quasi dolorante di piacere precedente, eppure quando le sue dita mi sfiorarono di nuovo lì mi inarcai come se non avessi mai smesso di desiderarla. Questa volta fu più lento, più crudele nella dolcezza: entrò dentro di me con un dito solo, poi due, poi tre, dilatandomi con calma mentre il pollice disegnava cerchi lenti e insistenti sul clitoride. Io le morsi il labbro inferiore, le graffiai la schiena, le infilai le dita tra i capelli neri per tenerla vicina mentre il mio corpo si tendeva di nuovo verso l’orlo.
Lei si mosse sopra di me, strofinando il proprio sesso contro la mia coscia, bagnata e calda, lasciando una scia umida sulla mia pelle. Io la imitai, spingendo il bacino contro il suo, cercando attrito, calore, qualsiasi cosa potesse portarci di nuovo insieme al limite. Le nostre bocche non si staccarono mai: baci disordinati, denti che si scontravano, lingue che si inseguivano. Quando sentii il suo respiro spezzarsi contro le mie labbra capii che era vicina.
«Vieni con me» le ordinai io stavolta, la voce che tremava.
Le mie dita trovarono di nuovo il suo calore, scivolarono dentro con facilità, curvandosi proprio lì dove la facevo gemere. Lei spinse contro la mia mano, contro la mia coscia, un movimento disperato e ritmico mentre le sue dita dentro di me acceleravano, diventavano più profonde, più insistenti.
Venimmo insieme, questa volta in un silenzio rotto solo dai nostri respiri affannati e da piccoli suoni strozzati. Io mi contrassi intorno alle sue dita in spasmi lenti e profondi, lei tremò tutta contro di me, il viso affondato nella mia spalla, un ringhio soffocato che mi vibrò sulla pelle.
Poi il silenzio.
Solo il nostro respiro che tornava piano, il fruscio delle foglie mosse dal vento, il lontano richiamo di un gufo.
Eyrith si staccò per prima.
Si tirò su a sedere, i capelli che le ricadevano sul viso come una cortina nera. Per un lungo istante rimase immobile, le mani appoggiate sulle cosce, lo sguardo perso tra le felci schiacciate sotto di noi. Io la guardavo, il cuore che ancora galoppava, il corpo molle e appagato, eppure già affamato di lei di nuovo.
Quando parlò, la voce era diversa. Più bassa. Più lontana.
«Siamo nemiche, Alyssa.»
Quelle parole mi colpirono come un secchio d’acqua gelida.
Mi tirai su sui gomiti, i capelli ramati appiccicati al collo sudato. «Cosa…?»
Lei non mi guardò. Si passò una mano sul viso, come per cancellare qualcosa.
«Abbiamo corso, abbiamo sanguinato, abbiamo… questo.» Indicò con un gesto vago i nostri corpi nudi, le felci macchiate di noi. «Ma domani, o dopodomani, o quando ci troveranno… torneremo a essere ciò che eravamo. Tu con la tua gente, io con la mia nave. E le lame torneranno a puntarsi alla gola.»
Il suo tono era malinconico, quasi stanco. Non c’era più traccia della pirata autoritaria, solo una donna che aveva abbassato le difese per troppo poco tempo.
Si alzò in piedi lentamente, nuda e bellissima sotto la luna, la pelle ancora lucida di sudore e di noi. Raccolse il mantello lacero e se lo gettò sulle spalle senza allacciarlo.
«Ho sentito un fiume poco più a valle» disse, la voce neutra, come se stesse dando un ordine alla ciurma. «Devo… togliermi di dosso questo sporco.»
Non era solo sporco quello che intendeva. Lo sapevamo entrambe.
Fece qualche passo, poi si fermò, voltandosi appena.
«Riposati, piccola volpe. Ne avrai bisogno.»
E se ne andò, inghiottita dal buio tra gli alberi, lasciandomi sola sulle felci ancora calde.
Io rimasi lì, seduta, le ginocchia raccolte al petto, le braccia strette intorno alle gambe.
Il corpo mi doleva in posti meravigliosi, la pelle conservava ancora la memoria delle sue mani, della sua bocca, del suo odore salmastro mischiato al mio.
Eppure la mente era un turbine.
Volevo rincorrerla.
Volevo afferrarla per un polso, costringerla a guardarmi, dirle che non m’importava di nemiche, di navi, di lame. Che potevamo restare qui, nella foresta, per sempre.
Ma l’altra parte di me – quella che ricordava il mio clan, le mie sorelle, il giuramento che avevo fatto – sussurrava che era impossibile. Che domani saremmo tornate a essere prede e cacciatrici. Che questo era solo un interludio rubato alla guerra.
Rimasi immobile, il cuore diviso in due, ascoltando il lontano gorgoglio del fiume che Eyrith aveva raggiunto.
E per la prima volta da quando l’avevo incontrata, non sapevo cosa desiderassi di più: lei… o la sicurezza di tornare a essere solo me stessa.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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